A Isernia l’Orchestra sinfonica del Teatro Verdi di Salerno

La dolce Befana del pentro melomane

Bruno Dal Bon ha diretto brani sinfonici da opere

 

Greatest hits? Highlights? Diciamolo all’italiana, ché è meglio: brani sinfonici da opere (e un’operetta) famose, per una serata civettuola, all’insegna del facile facile, che ha inaugurato ieri sera nell’Aula Magna dell’Università a Isernia un anno di attività dell’associazione “Quadrivium” che viene annunciato come pirotecnico. Il rischio, in questi casi, è di assistere a spettacoli di sicuro richiamo per i non iniziati ma che tuttavia si rivelano soporiferi quando non disgustosi per vari motivi, a cominciare da una certa consuetudine di ascolto e dal conseguente inevitabile confronto con interpretazioni di ben altro rango di quei brani che, come sottolinea Mons. Gemma, presidente del “Quadrivium” (e che tra l’altro festeggiava gli undici anni di incarico a Isernia), appartengono al patrimonio culturale di ciascuno di noi.

 

Pericolo sventato, va detto subito. E non era affatto scontato, se si tiene a mente quanto successo da queste parti in anni recenti in occasioni altrettanto nazionalpopolari. Se si può affermare di avere assistito a una serata godibile e con qualche punta di eccellenza lo si deve senza dubbio alla presenza di un direttore d’orchestra vero, capace di dare un’impronta ai pezzi eseguiti e di non svolgere mere funzioni di goffo, ancorché garbato, metronomo. Una concertazione febbrile e una direzione sensibilissima, capace di imprimere svolte inaspettate all’esecuzione, hanno regalato alle centinaia di presenti momenti di intensa emozione e financo di commozione. Bruno Dal Bon, attivo in Italia e all’estero, in particolare in Giappone, ha condotto per mano un’orchestra, la Sinfonica del Taetro Verdi di Salerno, pienamente recettiva e pronta a realizzare le intenzioni del maestro, duttile e elastico strumento nelle sue mani. Lode al “Quadrivium” per aver saputo individuare, nel panorama musicale, questo complesso che è al terzo o quarto concerto in pochi mesi qui a Isernia, sua seconda patria ormai.

 

Per la cronaca, non tutti i brani sono stati eseguiti in modo impeccabile. Ma ciò è dovuto quasi certamente a una scarsa familiarità dell’orchestra con quelli meno riusciti e soprattutto ai limitatissimi tempi delle prove, credo non più di qualche ora, il che d’altro canto moltiplica i meriti per l’esito complessivo della serata. Ma se le danze dal quinto atto di Faust di Gounod (quattro su sette, le n. 3, 5, 6 e 7) avevano un andamento rallentato e plumbeo e l’esecuzione dell’ouverture dall’operetta Il pipistrello di Johann Strauss jr., che apriva la serata, non era il massimo della viennesità e della leggiadria (ma la ripetizione come primo bis, a orchestra ormai “caldissima”, pur con qualche strafalcione dell’oboe e dei primi violini, ha riparato al vulnus in modo pienamente convincente), ci si è ampiamente riscattati con le altre composizioni in programma: i quattro entr’actes da Carmen di Bizet (letteralmente da brividi il n. 3), la barcarola dall’opera I racconti di Hoffmann (Offman nel non curatissimo libretto di sala) di Jacques Offenbach (rinominato C. Offenbach nel medesimo libello, vai a capire perché), rieseguito anch’esso, come secondo bis, le sinfonie da Il barbiere di Siviglia rossiniano (resa con precisione e con la giusta verve), da Norma di Bellini e da La forza del destino di Verdi e gli intermezzi da Cavalleria rusticana di Mascagni (senza ripieno d’organo) e da Manon Lescaut di Puccini, vera punta di eccellenza interpretativa della serata (accanto al citato Bizet). Della magnifica pagina pucciniana Dal Bon ci ha regalato un’esecuzione vibrante, trascinante. Il pensiero è andato al celebre giudizio che del primo capolavoro operistico pucciniano fu dato dopo la prima del 1893: «Tristaneggia senza rossore», si disse allora. Il Concerto dell’Epifania 2002 ci ha mostrato come il grande genio lucchese sapesse padroneggiare la massa orchestrale, al pari dei contemporanei Richard Strauss e Gustav Mahler (il quale non nascose di soffrirne), rendendoci grati al M° Dal Bon e ai valentissimi strumentisti salernitani per aver saputo così mirabilmente scavare in quella che rimane fra le pagine più alte del grande compositore.

 

Siamo usciti dalla sala con la voglia di rivedere all’opera orchestra e direttore, possibilmente in programmi meno “acchiappavoti”, e di scoprire cosa sarà capace di tirar fuori il “Quadrivium” dal cilindro magico. Sono stati fatti circolare - ma sottovoce – i nomi del M° Riccardo Muti e di Renata Scotto, certamente più adatti all’inaugurazione di una grande o almeno idonea sala da concerto, o teatro d’opera, che a una serata per le poche decine di persone che i nostri spazi sono in grado di far stare sedute. Staremo a vedere.

 

Intanto il bilancio della serata è positivo per più di un motivo. Due su tutti. Innanzi tutto da occasioni come questa ricaviamo la convinzione che la consuetudine con la grande musica a Isernia può rifiorire (non si dimentichi che nei lontani anni ’70 operava in città un’associazione “Amici della Musica” che offriva stagioni concertistiche, per lo più da camera, che definire semplicemente dignitose sarebbe offensivamente riduttivo). Poi si è potuta approfondire la conoscenza di questo ensemble, con tutte le considerazioni che ne possono seguire. Come quella che un’orchestra che abbia determinate ambizioni e voglia crescere non può farsi giocattolo nelle mani di un unico direttore ed essere off-limits per tutti gli altri. E se il direttore, per disgrazia, non rispondesse a determinati requisiti, cosa sarebbe di essa? C’è da augurarsi che i complessi che vivono una situazione del genere ricevano almeno in sorte direttori all’altezza del compito. La bravura dell’orchestra di Salerno è certamente anche il frutto di esperienze assai varie (è stata diretta, tra gli altri, da Maag, Pradella, Bellugi, Renzetti). Altre compagini che mi si dice operanti nella nostra zona hanno, al contrario, caratteri di …“unidirezionalità”. Ma è difficile verificare gli esiti di tali pratiche “monotone”. Come mai? Semplice: e chi le vede!… Ma suonano al chiuso? O dove? Come dice, signora? Festival di Salisburgo?!? Ahhhhhh! Ma allora … il cerchio si chiude. È vero, che stupido. A un frequentatore dei concerti di capodanno viennesi come il sottoscritto non era sfuggito che a Vienna, quest’anno, non si parlava d’altro. Tutti a rievocare le emozionanti serate vissute nella città natale di Mozart. Quali serate? Ma signora mia… Quelle con l’orchestra che valorizza i compositori nostrani, le zampogne nostrane, il Natale (ohhh, bianco Natal). Ma sì: piacere, Molise! I salami nostrani, le soppressate, le scamorze, le loffe di Capracotta, supposti antifascismi, tutto nostrano.

 

Dubbio finale: che quello appena iniziato non sia l’anno (internazionale) della barzelletta?

 

Beckmesser


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